Italia

Senza fissa dimora

Durante l'esperienza di formazione come casco bianco, Giuseppe ha conosciuto da vicino la realtà dei senza fissa dimora. Questo approfondimento è il risultato dei suoi studi, dei suoi dialoghi con chi lavora nel settore, e dalle tante serate passate a fianco di chi vive ai margini.
Giuseppe Falcomer (Casco Bianco a Iringa, Tanzania nel 2005, attualmente volontario in Tanzania)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 27 gennaio 2006

La vita di strada.

Il fenomeno dei senza fissa dimora è estremamente complesso. Di solito è associato quasi esclusivamente alla figura del barbone, che è invece una parte minoritaria di questa categoria sociale. Infatti, per barbone si intende una persona caratterizzata da sindrome di accattonaggio di svariati oggetti, rinvenuti per strada e conservati, che ha modificato il suo corpo a causa della vita di strada. Appare spesso con una barba lunga e incolta e coperto di abiti laceri e sporchi. Questa è una delle prime puntualizzazioni del libro Il nome del barbone del professor Federico Bonadonna. Il volume è un’analisi puntuale di tale fenomeno, nata da una ricerca sul campo durata più di un anno. Lo studio approfondisce la conoscenza di una particolare tipologia di senza fissa dimora: persone di nazionalità italiana, stanziali nella città di Roma, che rifiutano l’assistenza notturna, e spesso anche diurna, offerta dai servizi sociali.
Durante l’intervista rilasciatami a Roma nell’aprile 2005, Bonadonna ha approfondito un altro punto cruciale per spiegare il fenomeno dei senza fissa dimora: la questione se vivere per strada sia una scelta oppure no. Marco, il protagonista del suo libro, afferma che “nessuno può decidere di vivere per strada perché non è possibile decidere di vivere all’inferno”, mentre Evio, un altro intervistato, dice che quella è stata una sua scelta. Il ricercatore ha individuato una serie di microfratture nella vita di entrambe le persone, che le hanno condotti sulla strada. Esiste comunque una percentuale di individui che afferma di voler vivere senza fissa dimora e a questo proposito il professore sostiene che questo è un meccanismo di ricostruzione della realtà. Ritiene che in questo caso un soggetto si autoconvince, mette in atto un sistema di difesa. Nella maggior parte dei casi, quindi, dire di scegliere di vivere per strada è una reinterpretazione di sé, un’attitudine comune a tutti gli esseri umani: “Noi tutti rielaboriamo e raccontiamo la nostra vita in vari modi a seconda dei contesti e dei momenti storici in cui ci troviamo”. Inoltre, un soggetto a cui viene posto un quesito tanto importante da un intervistatore con cui non ha confidenza o da un passante da poco incontrato può anche rispondere in maniera evasiva, senza approfondire, ma al contrario addirittura mentendo.
Accettare la dichiarazione di persone che affermano di voler vivere in tale maniera è un atto di superficialità che intende queste persone come diverse, che vengono ascoltate con parametri differenti da quelli comunemente usati. Significa accettare che qualcuno voglia vivere in una condizione di disagio estremo senza essere critici a riguardo della risposta e delle motivazioni date, come comunemente avviene.
Gli stereotipi a riguardo dei senza fissa dimora, dalla figura del clochard francese fino ai vagabondi poeti o filosofi, creati da prodotti culturali come film e romanzi, esistono ancora all’interno della società e sono mantenuti sia a causa di una generale indifferenza dell’opinione pubblica per il fenomeno, sia per il forte impatto emotivo che queste persone hanno sui loro osservatori. Le coscienze si tranquillizzano pensando che un senza fissa dimora abbia scelto di vivere in condizioni di povertà estrema. Se si ritiene che vogliano non avere una casa (e tutto ciò che questa scelta comporta) è anche lecito pensare che non abbiano bisogno di aiuto. Una scarsa conoscenza del fenomeno, l’inopportunità anche a livello linguistico di descriverlo, sono indici di una diffusa ignoranza e noncuranza.
La vita di strada è realmente infernale: “è una assurdità quotidiana.”(1) Un senza fissa dimora non ha uno spazio autonomamente gestibile o direttamente e significativamente modificabile a seconda delle sue personali esigenze. Gran parte o tutti i bisogni privati vengono svolti in pubblico: una fontanella diventa la doccia, un angolo si trasforma in un bagno e una macchina abbandonata, oppure un portico, in una camera da letto. In questa condizione di vita estremamente disagiata è necessario cambiare radicalmente le proprie abitudini igieniche, morali e sanitarie: il corpo è costretto a subire una modificazione. È anche inattuabile condurre uno stile di vita che permetta, ad esempio, di lavorare. La violazione del tabù della produzione e della norma fondamentale dell’Italia, “una repubblica fondata sul lavoro”, è dovuta al fatto che è impossibile mantenere un lavoro in assenza di una casa. Il lavoro, qualora venga trovato, “è caratterizzato dall’essere occasionale, privo di contratto e di qualsiasi tutela giuridica e non a tempo pieno”(2) ed è, quindi, un impiego diverso da quello comunemente inteso. Oltre allo spazio, anche il tempo non è gestibile. I dormitori, le mense e i vari servizi hanno orari di apertura e orari per la prenotazione o il ritiro dei ticket, per cui, qualora qualcuno voglia usufruirne, deve organizzare la sua giornata di conseguenza. In una città grande come Roma le strutture possono trovarsi lontane tra loro e una rilevante porzione del tempo serve per spostarsi da una sede all’altra. “Sulla strada i limiti dell’utopia della libertà assoluta emergono violentemente”(3) : “la libertà diventa una schiavitù, paradossalmente si trasforma in una catena da cui non ti puoi più liberare”(4) . Tutte le possibilità offerte, data la mancanza di risorse materiali o immateriali, si vanificano, portando all’ansia o all’apatia. La percezione stessa della realtà cambia, anche in relazione alla mancanza di sonno. Sulla strada dormire è spesso un serio problema: la paura di aggressioni, di furti, la precarietà dei giacigli riduce drasticamente le ore di sonno con effetti psichici e fisici devastanti. Aumentano le differenze tra gli stili di vita dei senza fissa dimora e della gente che conduce un’esistenza “normale”, mutano i punti vista. Spesso i senza fissa dimora soggiornano stabilmente in luoghi che sono invece per definizione “di transito”, come ad esempio le stazioni dei treni o i sottopassaggi. Il punto di osservazione della realtà è diverso, anche a causa della posizione fisica, poiché spesso stanno seduti per terra, se non proprio sdraiati, dove invece la maggior parte delle persone cammina, magari di fretta.

Questa veloce e parziale panoramica cerca di esemplificare come “adattandosi alla strada queste persone compiano e subiscano tre tipi di mutazione correlati tra loro: culturale, fisica, psicologica.”(5) Questi processi devono essere tenuti in considerazione qualora si voglia entrare in contatto con i senza fissa dimora, per evitare giudizi parziali o falsificare la realtà.
A volte capita di incontrare un senza fissa dimora che si esprime in modo stravagante, ad esempio usa il presente indicativo parlando del passato, di quando viveva nel suo appartamento che non possiede più o afferma che presto riceverà una grande somma di denaro che gli permetterà di uscire dalla sua condizione. Spesso questi soggetti sono ritenuti afflitti da disturbi psichici e le loro affermazioni sono lette come indicatori della loro condizione. In genere, però, queste persone “ristrutturano la realtà per rendere il presente accettabile, controllano un’angoscia insostenibile che è prodotta dalla vita di strada, non è una conferma di un disagio mentale: è una strategia esistenziale.”(6)
Un'altra credenza diffusa ritiene che i senza fissa dimora subiscano passivamente la loro condizione, che solamente cerchino di elemosinare qualche spicciolo e non effettuino nessuna forma di organizzazione della vita. I senza fissa dimora, invece, sono molto attivi nelle loro scelte ed esistenze. Bonadonna parla di sottocultura della strada, un insieme di “comportamenti per adattarsi, sopravvivere e interagire, codici che più o meno tutti ripetono”. Questi espedienti, che vengono diffusi, tramandati, insegnati ai neofiti della strada oralmente, indicano ad esempio dove è più facile effettuare la colletta, che il cartone è un isolante per dormire meglio e altre notizie utili. Sono strategie che permettono di adattarsi al meglio alla vita di strada. Ancora, consapevoli o istintivi, i senza fissa dimora scelgono il linguaggio, lo stile di comunicazione che più si addice loro: “recuperano denaro in cambio di un’autorappresentazione”. Alcuni scelgono di assecondare lo stereotipo del barbone poeta o filosofo che tranquillizza le persone, per cui parlano affabilmente con la gente, insegnano o fanno sorridere. Altri mostrano le proprie malformazioni per commuovere i passanti. Altri ancora optano per soluzioni più teatrali, diventano personaggi carismatici, a seconda del carattere.
La questione della scelta, effettuata o presunta, reale o meno, appare cruciale. “Questa scelta, di fatto, segna un confine, difficilmente valicabile, tra la condizione di vita di queste persone e quella dei normali, per cui essi diventano abitanti di un mondo altro, straniero, i cui modelli di vita sono inesplicabili per chi non abita questo stesso mondo.”(7) I normali, quindi, non possono e non devono generalizzare soprattutto per la diversità dei soggetti che qui sono presi in esame. Nell’immaginario collettivo resiste ancora la figura romantica del senza fissa dimora che ha deciso consapevolmente e questa convinzione stereotipata viene estesa a tutti i soggetti che facciamo rientrare nel medesimo gruppo. Questo processo si definisce di “accentuazione percettiva”, in cui l’omogeneità delle categorie sociali è intesa come superiore a quella reale(8) . Da una parte non è accettabile credere alle affermazioni di consapevolezza circa la scelta di vivere in strada, ascoltando superficialmente le dichiarazioni senza approfondire e senza scoprire così la richiesta di aiuto, la sofferenza, che vi si nascondono. Questo atteggiamento appare più come una scusa, un espediente per poterli ignorare e non aiutare. All’opposto, non è possibile dare la colpa alla società per la loro condizione, poiché nuovamente non verrebbero ritenute persone consenzienti o capaci di decidere e di pensare autonomamente.

La situazione a Bologna.

La categoria sociale dei senza fissa dimora presenti sul territorio italiano è assai eterogenea e composita. La città di Bologna esemplifica una situazione diffusa in tutta la penisola date le sue peculiari caratteristiche. È infatti sede di un grande svincolo ferroviario: è quindi un luogo di grande passaggio ed è facilmente raggiungibile. Poiché non è una città troppo grande, permette spostamenti abbastanza facili tra le varie strutture ed inoltre i portici, di cui la città è ricca, sono luoghi che offrono un certo riparo ai soggetti costretti a vivere per strada soprattutto nel periodo invernale o piovoso. Anche la popolazione residente ha fama di essere tollerante e sensibile verso le problematiche sociali. Infine, offre un grande numero di servizi d’aiuto e di accoglienza: gli intervistati sono tutti d’accordo sul fatto che, ad esempio, almeno un pasto al giorno è garantito a chiunque ne faccia richiesta nelle strutture sia pubbliche che private.
Il comune offre una vasta area di servizi: quelli di prossimità o proattivi puntano ad avvicinare direttamente sulla strada i bisognosi, gli sportelli sono un tramite per l’accesso ad informazioni o ad altre strutture e permettono di elaborare interventi più complessi, infine i centri diurni, i dormitori e gli alloggi di pre-autonomia o gli appartamenti offrono un riparo concreto e risposte più articolate(9) . Tutte queste offerte sono organizzate in tale maniera ed hanno queste caratteristiche poiché rientrano in una realtà composta da molti attori, sia pubblici che privati. Il motivo risiede nella volontà di seguire e supportare ogni tipo di categoria sociale che vive in condizione di estrema povertà o emarginazione sociale senza che interventi si sovrappongano e producano sprechi di risorse, ma al contrario aumentino le conoscenze e ottimizzino gli interventi. È inoltre un processo necessario: infatti, se sulla carta le varie competenze possono essere e rimanere separate, nella realtà i vari enti e servizi vengono contattati da soggetti di tutti i generi.

Il servizio sociale adulti, ad esempio, è strutturato in diverse aree, ha compiti trasversali ed entra in contatto con la quasi totalità dei soggetti operanti sul territorio di Bologna. Luciano Serio, il coordinatore, incontra nel suo lavoro svariate tipologie di persone. Lo sportello sociale adulti, che ha compiti di front office, di fornire informazioni e di effettuare i primi contatti, nel 2004 ha contattato 1586 utenti tra cui adulti con figli, anziani, punkabestia, Rom, ex carcerati che necessitano di avere nuovi contatti col territorio, stranieri residenti o irregolari, richiedenti di asilo politico, dipendenti da alcool o droghe.
Come da lui affermato, le persone che vivono per strada hanno alle spalle storie di povertà estrema che si legano a molteplici problematiche sociali e che si manifestano con vecchie e nuove modalità. Circa un terzo dei contatti sono rappresentati da persone afflitte da disagio estremo, tra cui anche i senza fissa dimora. È difficile proporre delle stime del numero di senza fissa dimora presenti nella città di Bologna. Da una parte esiste una percentuale che non vuole o non è stata ancora avvicinata dai servizi, pubblici e privati; dall’altra sono moltissimi soprattutto gli stranieri che hanno trovato alloggi di fortuna in vecchie fabbriche, capannoni e lungo i corsi dei fiumi.
Oltre a questi casi stanno aumentando le nuove povertà, che ammontano ai due terzi dei contatti. I single, per scelta o in seguito a separazioni o divorzi, ad esempio, si trovano sempre più in difficoltà. Gli affitti, l’aumento del costo della vita, la competizione altissima nel campo lavorativo e la rete sociale che spesso non riesce a svolgere il suo compito di ammortizzatore sono le principali cause del crescente disagio. Solitamente questo è un percorso lento e che non necessariamente porta alla marginalità estrema, ma che rischia di esplodere con effetti più gravi e visibili. Anche il numero delle donne sole, con o senza figli, con gravi disagi sta aumentando. A tutti questi nuovi soggetti le amministrazioni comunali e gli enti pubblici e privati devono fornire delle risposte adatte e innovative. Difficilmente per questi individui saranno adattabili le vecchie risposte e le soluzioni classiche.

Lo sportello sociale e il centro diurno

Lo sportello sociale di via del Porto, nato come un ufficio relazioni con pubblico per il sociale, operativo dal 2000, inizialmente ha creato una rete informativa per avere maggiori notizie sulle possibilità di dormire, mangiare, curarsi e ha gestito le liste d’accesso al trattamento metadonico per gli utenti senza residenza. Dal 2002 è diventato punto unico d’accesso per i dormitori e gestisce i 250 posti letto della città. Si configura quindi come un servizio diretto soprattutto ai senza fissa dimora. Dal 2000 al 2004 sono stati effettuati 2500 contatti, di cui l’88% sono uomini mentre il resto donne(10) . Questo dato, oltre a indicare una minor probabilità del genere femminile di cadere in povertà urbane estreme, mostra anche che altri devono essere gli indicatori utilizzati per definire la situazione delle donne. La prostituzione e le situazioni di violenza familiare sono esempi di come la loro condizione possa essere tragica senza portare all’insoddisfazione di bisogni primari qui forniti. Pur venendo a contatto con minorenni, anziani e molte altre realtà, gli utenti sono solitamente persone di oltre 30 anni, di cui poco meno del 50% sono tossicodipendenti, 20% alcolisti e 7% utenti psichiatrici.
Allo sportello è direttamente collegato il centro diurno. Il coordinatore Francesco Grassi descrive il centro come un luogo di ritrovo in cui le persone, circa 120 al giorno, possono socializzare oppure semplicemente riposare senza essere disturbate. La struttura si propone di essere uno spazio accogliente in cui ritrovare un po’ di tranquillità. Periodicamente sono organizzati tornei e cineforum ed altri momenti di aggregazione. Ogni pomeriggio, inoltre, le sale offrono un luogo protetto in cui giocare a carte, chiacchierare o guardare la televisione. Oltre a queste attività strutturate o meno, sono stati avviati un laboratorio informatico e uno artistico, che interessano 60 persone all’anno, e molti altri soggetti vengono seguiti nei loro percorsi attraverso “borse lavoro” o altre tipologie di interventi.
L’amplissimo bacino d’utenza di queste strutture dimostra che i senza fissa dimora, e in generale i soggetti con gravi disagi, non sono persone desocializzate, al contrartio sono persone che cercano il contatto, stringono amicizie e legami, si innamorano, a volte hanno figli direttamente sulla strada. Anche se è vero che i senza fissa dimora non formano vere e proprie comunità, sicuramente la loro condizione è vissuta in maniera collettiva. Ovviamente le relazioni che instaurano sono precarie, perché la loro stessa condizione è precaria, e problematiche. La convinzione dell’asocialità di questi soggetti sembra dovuta al fatto che la maggior parte delle persone tendenzialmente non gradisce entrare in contatto con i senza fissa dimora, per vari motivi che vanno dalla paura del diverso all’insofferenza per le loro condizioni igieniche. Spesso i senza fissa dimora entrano in relazione, non per scelta, solamente con operatori sociali, volontari o altri nelle loro stesse condizioni. Ad esempio, un centro che permette l’entrata libera delle persone di questo tipo e che attira ovviamente un gran numero di poveri urbani ad aggregarsi in questo quartiere, afferma Francesco Grassi, non verrebbe accettato ovunque; la popolazione residente nei pressi del centro ha invece un elevato grado di tolleranza.
L’équipe che dirige le due strutture collegate è formata, oltre che dal coordinatore Francesco Grassi, da assistenti di base, educatori, una sociologa, operatori, operatrici e un mediatore culturale. I membri sono in servizio stabile da molti anni e hanno creato quindi un gruppo affiatato. Hanno incontri periodici, ufficiali o meno, e si seguono e supportano nel lavoro. Questo è necessario, perché le situazioni che vivono e incontrano all’interno del centro sono spesso violente. La violenza non si manifesta solamente attraverso la minaccia o l’offesa ricevuta dagli accolti, ma è anche fisica: la vista del sangue, malattie, casi di overdose e altro sono abbastanza frequenti.
Ci sono volontari che si offrono per prestare servizio, maggiormente in determinati periodi dell’anno come le festività natalizie, in cui i senza fissa dimora hanno anche una maggiore visibilità per le “emergenze freddo” che puntualmente si presentano. L’impressione è che i volontari non offrano direttamente le loro conoscenze lavorative ma preferiscano instaurare una relazione d’aiuto con i soggetti sottovalutando la complessità della situazione e delle conoscenze che tutti gli operatori invece hanno, spesso approfondite sia pur nelle differenze d’approccio e modalità operative. Sembra che la povertà estrema venga associata ad una povertà psicologica e che le soluzioni appaiano facilmente identificabili. Invece, come dichiarato dal professor Federico Bonadonna, “è complesso anche solamente progettare un percorso” poiché questo deve avvenire in maniera differente per ogni singolo individuo, a seconda delle rispettive caratteristiche e peculiarità, e deve anche essere corretto e aggiustato nel suo sviluppo.

La Capanna di Betlemme.

Le modalità di intervento presenti nel territorio bolognese sono molteplici e differenti. Questo sembra essere un aspetto positivo poiché molto diversi sono i soggetti che vengono aiutati e le aspettative e i bisogni che presentano. I dormitori svolgono il fondamentale servizio di offrire un riparo ai senza fissa dimora: infatti, senza un letto e un riparo è inconcepibile non solo poter realizzare, ma nemmeno progettare, un qualsiasi intervento. Però le grandi strutture portano anche delle problematiche, che sembrano essere rilevanti per i senza fissa dimora. Oltre agli orari rigidi e spesso non accettati, i grandi centri di accoglienza sembrano presentare scarsa igiene e una spersonalizzazione degli individui, trattati più come numeri che come persone: sembra che in alcuni casi esistano risposte solamente ai bisogni materiali ma non a quelli relazionali(11) . Rifiutando questo genere di assistenza, pur scegliendo di sottoporsi maggiormente alle difficoltà della vita di strada, i senza fissa dimora comunque tutelano la propria dignità. In questa ottica le piccole strutture, pur sembrando poco efficaci a livello quantitativo, diventano una preziosa risorsa poiché puntano su una relazione qualitativamente elevata e maggiormente differenziata per ogni singolo accolto.
A San Pietro in Casale, vicino a Bologna, ha sede la Capanna di Betlemme, una struttura di accoglienza che ospita ogni sera circa 20 senza fissa dimora a cui viene fornita la possibilità di lavarsi, di cambiarsi i vestiti, di cenare e di dormire. Ogni anno passano di qui circa 170 persone, di sesso maschile e in media di un’età solitamente compresa tra i 18 e i 65 anni.
La particolarità della struttura è che il responsabile, Simone Gualandi, vive insieme agli accolti. La sua camera è vicina alle stanze da letto destinate ai senza fissa dimora, la cucina è la medesima in cui vengono preparati i pranzi e le cene, non c’è separazione tra la sua vita privata e la struttura. In questo modo mangia ciò che offre agli accolti, coltiva con loro l’orto e cura il giardino, condivide quello che possiede. Le attività giornaliere, dalla preparazione dei pasti alla pulizia degli ambienti, vengono svolte assieme. Questo clima familiare, unito all’attenzione dei volontari nel rispondere alle domande non formulate e agli stimoli degli accolti, spinge solitamente i senza fissa dimora ad avere più cura di se stessi, invertendo “il processo di decomposizione ed abbandono del sé” (12). Anche il corpo, che in strada segna il confine tra lo spazio pubblico e quello privato dei singoli individui, in questo contesto riacquista invece il ruolo consueto: uno strumento per condividere gesti e azioni all’interno di una comunità, anche se pur a volte per un breve periodo, familiare o comunque amicale.
Uno dei problemi, sottolineato da Bonadonna durante l’intervista, dei centri d’accoglienza a bassa soglia è nella possibilità che accogliere tutti indistintamente possa paradossalmente portare all’esclusione di molti. Infatti, nei centri si possono creare in svariati modi dei gruppi di persone “potenti”, che hanno cioè il potere di sottomettere i singoli più deboli. Ad esempio alcuni anziani nella città non riescono ad essere contattati dalle strutture, rifiutano di entrare nei dormitori poiché hanno paura(13) . Una realtà piccola, quindi, può essere rassicurante e accettabile. Simone e i volontari della struttura svolgono due uscite settimanali dopo cena per avere i primi contatti con i senza fissa dimora che incontrano in stazione. In seguito a questi primi colloqui, che servono a conoscersi reciprocamente, prima di accettare qualcuno il responsabile pone delle regole, come l’esclusione di persone palesemente drogate o ubriache. La sua sensibilità lo guida anche nei rifiuti, che ogni tanto è costretto a fare: non deve accadere che un singolo accolto crei problemi all’interno della casa, o metta a rischio la tranquillità della comunità e dei singoli.
La situazione di Bologna è esemplificativa anche per quanto riguarda la forte presenza di stranieri sul territorio. Un’ampia percentuale di senza fissa dimora è di nazionalità diversa da quella italiana. Nella Capanna di Betlemme, così, viene accolto un buon numero di immigrati che presentano, oltre alle problematiche legate alla povertà estrema e all’esclusione sociale, anche uno shock culturale. Possono avere difficoltà con la lingua, appartenere ad altre religioni, non capire la cultura in cui si trovano a vivere. La struttura cerca di stimolare la coesione sociale tra persone differenti. I momenti di aggregazione, ad esempio dopo cena, puntano a limare le diversità e a trovare punti di incontro.

Gli accolti sono inoltre seguiti in un percorso di reinserimento sociale e i progetti sono formulati e adattati ai singoli casi. Simone Gualandi segue le relazioni con altre strutture pubbliche e private, dando un supporto ai senza fissa dimora. Questi, infatti, spesso non hanno le competenze per poter domandare e ricevere un aiuto concreto: vengono rilanciati da uno sportello all’altro, incappano in ritardi o blocchi delle pratiche e richieste, si perdono nell’apparato burocratico(14) . Per aiutarli ulteriormente, quando venga manifestata chiaramente la volontà di modificare la propria situazione, la Capanna di Betlemme diventa un centro di accoglienza stabile: attualmente tre sono gli ospiti residenti. Nel caso invece che qualcuno trovi lavoro, viene data la possibilità di alloggio per tre mesi consecutivi. Questo sia perché è impossibile portare avanti un lavoro senza una casa, sia perché viene fornita l’opportunità di risparmiare i soldi che serviranno a pagare un eventuale affitto, che nella maggior parte dei casi prevede il versamento di una caparra equivalente a tre mensilità. All’anno sono in media 40 i senza fissa dimora che trovano una sistemazione autonoma rientrando in società oppure entrano in comunità terapeutiche, per disintossicarsi da dipendenze da droghe o alcool, o in altre strutture di appoggio come le cooperative sociali. Il reinserimento non può sempre avvenire con la ripresa di un lavoro. Alcuni dei senza fissa dimora infatti, a causa della storia che hanno alle spalle o per le problematiche che presentano, non possono portare avanti una professione comunemente intesa. “La vita di strada ti uccide non velocemente ma precocemente” ha affermato un accolto, e precocemente brucia le risorse e le capacità dei singoli individui.

La sensibilizzazione.

Negli ultimi anni la questione dei senza fissa dimora e della povertà estrema ha trovato più risalto nei canali mediatici. In Internet e sulla carta stampata è più facile rintracciare notizie che descrivono e affrontano il problema. Sono aumentati gli articoli e i servizi giornalistici che, al di là del sensazionalismo che solitamente permea l’argomento, cercano di sensibilizzare e depurare l’argomento da molti stereotipi o false credenze. Il tema dei senza fissa dimora non è più ad esempio, rispolverato solamente in inverno quando qualcuno di loro muore per il troppo freddo o in seguito a percosse. Anche in ambito televisivo programmi informativi di vario genere, sia pur in maniera poco puntuale e complessa, contribuiscono a creare un punto di contatto tra il pubblico e queste realtà.

A partire da 2002 ha avuto un discreto successo la trasmissione televisiva “Invisibili”, trasmessa su Italia 1 e condotta da Marco Berrì. Uno degli autori del programma, Claudio Canepari, ha affermato che bisogna tenere in considerazione le caratteristiche del mezzo televisivo. Sicuramente la sua particolare sensibilità verso determinati argomenti, come l’estrema povertà o l’emarginazione sociale, ha influenzato le sue scelte lavorative e la realizzazione stessa del programma. Canepari ha cercato di raccontare storie che potessero appassionare, che comunicassero agli spettatori la drammaticità e la complessità delle figure in questione. Il format è stato quindi strutturato in maniera elaborata, introducendo differenti tipi di linguaggio, alternando le presentazioni degli argomenti in studio a scene di vita quotidiana, e ricostruzioni con attori. Infine l’ospite entrava in studio, in diretta, ed era prevista l’opportunità per il pubblico di poter interagire telefonicamente o con mail. Questo format è stato concepito sia per soddisfare la necessità di “intrattenere” gli spettatori, sia per presentare in maniera completa la realtà quotidiana e la storia del senza fissa dimora. Pur non essendo “una missione” ma un lavoro, come specificato dall’autore, “Invisibili” ha avuto il pregio di stimolare l’interesse sull’argomento, pur essendo trasmesso in terza serata e avendo spettatori nella maggioranza dei casi già interessati e sensibili a tematiche di estrema povertà o marginalità sociale.
Sono comunque molti gli interessi e le aspettative che ruotano intorno ai programmi televisivi. Ci sono stati anche dei problemi con la rete, “fisiologici e normali”, a proposito di come doveva essere trattato l’argomento. Questa cercava ovviamente un forte impatto con il pubblico. Le politiche editoriali hanno la volontà di colpire l’interesse della gente in funzione degli indici d’ascolto. Questo obiettivo poteva essere facilmente raggiunto basando la scelta delle storie e dei personaggi da raccontare, ad esempio, sul loro aspetto che nello scenario televisivo appariva come originale e innovativo. In un episodio il disaccordo con la rete fu a proposito di un soggetto che usciva dai canoni stereotipati con cui vengono immaginati i senza fissa dimora: il protagonista aveva una faccia troppo “pulita”.
Come avviene nelle altre rare trasmissioni che trattano temi di estrema povertà o emarginazioni sociali, il problema consiste nella possibilità di passare un messaggio che rafforza pregiudizi verso una determinata categoria, in questo caso i senza fissa dimora. Un approccio che mischi intrattenimento e informazione permette sicuramente di poter raggiungere un pubblico ampio poiché evita di mostrare i lati più scomodi, deteriorati o violenti della vita di strada. Come sottolineato da Bonadonna durante l’intervista, per le caratteristiche del mezzo televisivo stesso, vengono raccontate storie di personaggi e non di persone. I personaggi colpiscono il pubblico per caratteristiche fisiche o particolarità caratteriali fuori dal comune, che allontanano il problema dei senza fissa dimora dalla realtà quotidiana. Inoltre, anche in questo caso un personaggio è un soggetto fuori dall’ordinario.
Il modello televisivo sembra essere costretto a creare programmi che devono mediare tra sensibilizzazione, racconto realistico, intrattenimento e drammatizzazione mediatica, che possono rivelarsi fuorvianti. Un’opera di sensibilizzazione più completa e una conoscenza maggiore a proposito della situazione dei senza fissa dimora è auspicabile ma di difficile attuazione: infatti, se gli autori di “Invisibili” avessero osato essere più diretti e meno mediatori, e avessero spettacolarizzato meno il tema, probabilmente non avrebbero ottenuto lo stesso successo di pubblico. Il sistema economico su cui si basano le televisioni non permette a trasmissioni di un certo spessore di emergere e di agire con più libertà e queste sembrano poco conciliabili con i palinsesti e le programmazioni della varie reti e, in definitiva, con il gusto del vasto pubblico.

Conclusione.

Fino a pochi anni fa era necessario un percorso lungo e tortuoso prima di avere un’esperienza di vita di strada. I senza fissa dimora erano persone multiproblematiche, che una fragilità personale sommata a una vulnerabilità sociale portava a situazioni di grave emarginazione sociale. Le reti sociali primarie affettive, lavorative e amicali si deterioravano o indebolivano fino a mancare totalmente.
Attualmente, invece, la possibilità di esperire una condizione di povertà urbana estrema, di dover necessariamente vivere per strada anche per periodi limitati di tempo è sempre più diffusa e nuove fasce di popolazione sono interessate a questo fenomeno. La maggioranza degli intervistati ha fornito un profilo simile della categoria di persone maggiormente a rischio: il soggetto è maschio, di circa 40 anni, recentemente separato o divorziato. L’uomo non riesce a rielaborare in tempi brevi il cambiamento in negativo di status e si ritrova a vivere in strada. Anche se in possesso di un contratto a tempo indeterminato, si trova a non riuscire ad affrontare le nuove spese, come gli alimenti da pagare alla ex moglie, e a garantirsi parallelamente una sistemazione abitativa stabile. In altri casi ha subito un licenziamento e non riesce più a trovare una nuova assunzione, in un susseguirsi di tentativi infruttuosi e frustranti. Comunque il percorso prevede la nascita di uno stato di depressione che frena o blocca la possibile ripresa. Tale processo è oltretutto riscontrabile in città in cui aumenta il rischio di uno sfaldamento del tessuto sociale. Questo scenario descrive una problematica reale che non è ancora scoppiata in maniera evidente ma che si teme presto possa diventare emergenza, e sottolinea un contesto di “molteplici ed eterogenee forme di povertà e marginalità sociale distribuite sul territorio”(15) , per affrontare le quali le risposte classiche di intervento non sono attuabili e anche le politiche di prevenzione risultano complicate. La povertà acquista sempre più caratteristiche multidimensionali collegate a forme di precarietà che pervadono ogni aspetto della vita: non solo quello familiare e delle reti sociali primarie ma anche quello economico, lavorativo, sanitario e delle politiche di edilizia residenziale.
In Italia negli ultimi anni è aumentata la sensibilità nei confronti del problema dei senza fissa dimora ma questo sta comunque esplodendo in maniera dirompente, poiché è stato nella pratica ignorato per molto tempo. I senza fissa dimora sono solamene la punta di un iceberg, le persone che hanno una maggiore visibilità ma che mostrano problematiche caratterizzanti sempre di più della totalità della nostra società. Appare strano quindi che la società stessa non si curi delle problematiche e dei soggetti in modo più attivo. Bonadonna a riguardo afferma che è la società stessa che cambia, e il cambiamento porta a questa situazione. Negli ultimi 35 anni, due correnti sono parallelamente cresciute e hanno fatto aumentate la vulnerabilità sociale. E’ entrato in crisi il modello familiare comunemente inteso, che svolgeva un ruolo di ammortizzatore sociale e che ha portato a un indebolimento delle reti sociali, e si è sviluppato un crescente fenomeno di individualizzazione, che ha tolto spazio alla socializzazione. Questi interessi individuali ovviamente modificano anche la percezione della realtà e delle problematiche sociali. In questo particolare caso sono anche altre le ragioni che concorrono a evitare il problema: la complessità che rende difficile anche solo progettare interventi oltre che realizzarli, gli stereotipi sopra descritti ma anche la probabile paura del diverso, la paura di guardare ciò che non vorremmo diventare.
Tutte queste ragioni facilitano le semplificazioni e le valutazioni di merito, qualitative ed etiche sui senza fissa dimora. Forse chiunque, prima di conoscere a fondo il problema, può essere portato a pensare che queste persone siano dei fannulloni, sporche come animali, parassiti, senza speranza, pazzi, ubriaconi o tossicodipendenti perché vogliono estraniarsi dal mondo o perchè vogliono condannare un certo stile di vita. Tutto ciò è errato. Le interviste rilasciate dai senza fissa dimora, pur falsate dalla poca intimità tra intervistatore e intervistato, e ancor di più i pareri degli esperti che con loro vivono e lavorano da anni, palesano che ciò è rarissimo e che i senza fissa dimora tendono o vorrebbero omologarsi con il sistema stesso. I casi, ad esempio di persone che provengono dal nord Europa e che vengono a passare alcuni mesi o anche tutto l’anno in Italia centrale dove il clima è mite e i servizi di accoglienza sono molti e facilmente accessibili, di persone quindi che hanno scelto il vagabondaggio come stile di vita per abbandonare il loro status sociale sono rarissimi. I senza fissa dimora, al contrario, tendono ad omologarsi al sistema stesso, intendendo con questo termine il possesso in senso lato di un’abitazione e dei basilari diritti di cittadinanza. Il loro stile di vita non è una critica sociale al modello vigente più diffuso, ma una costrizione a cui sono stati forzatamente condotti per svariati motivi. La maggior parte di loro dichiara che, se ne avesse l’opportunità, vorrebbe avere un’abitazione e un lavoro stabile, e vivere normalmente anziché sopravvivere per strada.

Note:

1. Intervista a Federico Bonadonna, rilasciata a Roma nell’aprile 2005 a Giuseppe Falcomer
2. I senza fissa dimora, Gianfranco Pochettino (a cura di), Edizioni Piemme, Asti, 1995, pag. 22.
3. Il nome del barbone, Federico Bonadonna, DeriveApprodi, Roma, 2005, pag. 37.
4. Intervista agli accolti della Capanna di Betlemme, centro per accoglienza di senza fissa dimora, rilasciata da Giuseppe Falcomer nel maggio 2005, San Pietro in Casale, Bologna
5. Il nome del barbone, Federico Bonadonna, DeriveApprodi, Roma, 2005, pag. 73.
6. Intervista a Federico Bonadonna.
7. I senza fissa dimora, Gianfranco Pochettino (a cura di), Edizioni Piemme, Asti, 1995, pag. 24.
8. Stereotipi e pregiudizi, B. M. Mazzara, il Mulinio, 1997, Bologna, pag.70.
9. Cf. http://www.comune.bologna.it
10. Dati forniti dal coordinatore Francesco Grassi, intervistato da Giuseppe Falcomer nel maggio 2005, Bologna
11. Intervista ad accolti della Capanna di Betlemme.
12. Rapporto sull’offerta di servizi sociali, socio-sanitari ed educativi del territorio provinciale di Bologna, pag. 126.
13. Intervista a Francesco Grassi.
14. Intervista ad accolti della Capanna di Betlemme.
15. Il nome del barbone, Federico Bonadonna, DeriveApprodi, Roma, 2005, pag. 17.

Fonti:
• Intervista a Federico Bonadonna, professore di Antropologia delle marginalità estreme e Politiche sociali presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università La Sapienza di Roma, dirigente dell’unità organizzativa Emergenza Sociale e Accoglienza del Comune di Roma, rilasciata a Giuseppe Falcomer a Roma, aprile 2005.
• Intervista a Luciano Serio, coordinatore del Servizio Sociale Adulti del Comune di Bologna, rilasciata a Giuseppe Falcomer a Bologna, maggio 2005.
• Intervista a Francesco Grassi, coordinatore dello Sportello Sociale e del Centro Diurno di via del porto del Comune di Bologna, rilasciata a Giuseppe Falcomer a Bologna, maggio 2005.
• Intervista a Simone Gualandi, membro della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, responsabile della Capanna di Betlemme, rilasciata a Giuseppe Falcomer a Bologna, maggio 2005.
• Intervista a Claudio Canepari, autore di “Invisibili” , rilasciata a Giuseppe Falcomer a Roma, aprile 2005.
• Interviste ad accolti della Capanna di Betlemme, rilasciata a Giuseppe Falcomer a Bologna, maggio 2005.
Il nome del barbone, Federico Bonadonna, DeriveApprodi, Roma, 2005